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Sa nìada de su cinuqantasesi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Fortunato Loi   
Lunedì 03 Agosto 2009 15:18

 Quel giovedì  3 febbraio del 1956, giorno della Candelora, il cielo verso monte Ualla era carico di nubi grigio-chiaro che non facevano presagire  nulla di buono. “Is latzus de ferru,  de pillu de coa e quaddu, e finzas cussus fattus cun follas de figu morisca, paraus in pra(n)u e in truinzalli”, (le trappole, di ferro, di peli di coda di cavallo, e anche quelli fatti con foglie di fico d’india piazzate in Pranu e Truinzalli) avevano catturato la propria preda. “Trudus, meuarras pitze’arangiu, e pitzi’are(n)a, fuanta abarraus cassaus” (tordi, merli dal becco giallo, dal becco grigio, furono catturati), segno che gli uccelli volevano alimentarsi abbondantemente in previsione del freddo che doveva arrivare. L’aria era strana, calma, quasi calda, tutto era silenzio, non spirava un alito di vento, gli storni  svolazzavano frettolosi per rifugiarsi sotto le tegole vicino ai caminetti, mai avevo osservato una simile strana situazione. Rientrato a casa feci i compiti. Frequentavo la quinta elementare nel caseggiato di nuova costruzione, in “su Cungiau de tziu Tanu”. Preparai la cartella color marrone fatta di cartone pressato con la tracolla rotta per la fragilità del materiale e degli attacchi. Svuotai la cenere “de su bottu de cunzreva” (barattolo di conserva) che fungeva da scaldino scolastico, pronto per essere riempito di braci la mattina successiva. Lo scaldino era costituito da un barattolo di conserva da 5 Kg., mi ricordo di colore giallo, a cui era stato asportato completamente il coperchio, regolarizzato il bordo ed applicato un manico di filo di ferro. Si, nell’edificio scolastico non esisteva nessun tipo di riscaldamento, per cui ognuno doveva, se poteva, provvedere per conto proprio al riscaldamento. La maestra, sotto la cattedra, aveva un bel “braxeri” (braciere) in rame luccicante con poggiapiedi in legno, il rifornimento delle braci veniva eseguito dalla bidella. Andai a letto presto, come tutti. La televisione, l’avremmo vista per la prima volta nel bar di “tziu Peppi(n)u” in estate, perciò tutti a nanna alle venti in modo da risparmiare energia elettrica e legna “po sa giminera”(per il caminetto). All’indomani mattina, come d’abitudine, alle sei giù dal letto, per bere il latte con “caffei de oxriu” (caffè d’orzo), con belle fette di “pa(n)i arridau” (pane abbrustolito). Entrato in cucina, “sa giminera allutta a tottu pompa” (il caminetto accesso con grande quantità di legna), illuminava il vano quanto la lampadina da 25 W appesa al soffitto della all’ora corrente a 125V. Sul fuoco sopra “sa trebinedda” ( piccolo trepiedi) bolliva l’acqua nella caffettiera. Babbo riscaldava “is zappulus de peis” (riquadri di stoffa che avvolgevano il piede all’interno della scarpa, - fungendo da calza -) mi disse : “mi paridi cha oi a  iscolla non andas, castia in prazza” (oggi non andrai a scuola guarda in cortile). M’affacciai schiacciando il naso su uno dei quattro vetri della piccola finestra ed intravidi una consistente coltre di neve che imbiancava i tetti, su linnaxriu (legnaio), il tetto del forno per il pane, e l’intero cortile. Al chiarore dell’alba vidi, dal cortile, Monte Ualla, Etzara, Serr’e luna, Santuanni, completamente imbiancati come mai li avevo visti. Alle otto e mezzo, comunque, come tutti,  ero puntuale all’ingresso della  scuola, con “su braxeri alluttu” (il braciere acceso) in mano, dondolandolo per tenere sempre vive le braci di “cozzi(n)a e moddizzi” (ciocchi di lentischio). Con noi erano le tre madri di turno alla cucina per la preparazione della refezione scolastica. Ogni settimana si alternava il gruppo delle madri che provvedeva alla confezione del pranzo per tutta la scolaresca. La maestra, Sig.na Cenza Melis, per molti tzia Cenza, alta, magra, sempre impeccabile nella sua gonna a pieghette portata appena sotto il ginocchio, camicetta bianca con il colletto inamidato, gilet in lana intrecciata, pesante capotto grigio, capelli crespi nero corvino trattenuti dietro la nuca con forcine, ci disse che le lezioni erano sospese fin quando la neve non si fosse sciolta. Ci incamminammo ognuno verso il proprio quartiere, senza non prima aver fatto un “attacamentu” (attacco) a palle di neve. Il paese si divideva nei quartieri di  Pudromus, Montigu, Mesuidda, Pratza e Cresia, Piscedda e Su Muntronasciu” e noi ragazzini ne difendevamo con orgoglio l’appartenenza per cui si stringevano alleanze e si dichiaravano sfide di “attaccamentu a pedra” e lotte di vario genere, a volte vere e proprie risse, che però come tutti i bisticci dei ragazzini venivano presto dimenticati. Questa volta quindi, quale migliore occasione per divertirci. Rientrato a casa quasi fradicio mi fecero cambiare non senza avermi sgridato. Visto l’imprevisto consumo di legna ed essendo l’addetto al taglio della legna per il camino, “po sa giminera”, mi arrampicai sulla catasta di legna e ne buttai giù una quantità che presumevo potesse bastare per tutto il giorno e fino all’indomani mattina. Di buona lena la  tagliai a pezzi di uniforme lunghezza e la sistemai in “sa lollixedda” (piccolo loggiato) in una ordinata catasta ad asciugarsi. Tutti i ragazzini della mia età erano addetti a tale incombenza  ed erano già esperti nel manovrare “sa cavuna o sa seguri” (roncola o scure). La restante parte del giorno passò vicino al caminetto con grande insofferenza e noia,  “arrostendi castangia e pani arridau”. Nel tardo pomeriggio venne a casa tziu Angeli(n)u, pastore. Prevedeva che la notte sarebbe stata molto fredda per cui si sarebbe formato il ghiaccio, e la neve di conseguenza, non si sarebbe sciolta prima di tre o quattro giorni. Chiedeva a mio padre di aiutarlo a  procurare da mangiare per pecore, non potendo portare le bestie al pascolo, ed anche perché il concime, costosissimo, scarseggiava. All’indomani mattina di buon’ora, prima di lavarmi, assolsi all’incombenza di “ungi is crapittas accioadas” (ungere le scarpe chiodate con sego per renderle impermeabili). Lavatomi e fatta colazione,  ci avviammo muniti delle attrezzature necessarie, cavuna, loritta (roncola, lunga striscia di cuoio che serviva per legare la legna), corde, e del  mio immancabile mazzetto di peli di coda di cavallo che servivano per realizzare le trappole per gli uccelli. Prendemmo la strada di “Putzu nou”  e la percorremmo a piedi fino a “su cungiau de is aruttas de simo(n)i” non senza difficoltà. La strada, all’incirca nel tracciato dell’attuale provinciale per Samugheo, incassata su due recinzioni di muretti a secco con siepi di “arrù” (rovi), era diventata un impetuoso ruscello a causa della copiosa acqua che scendeva dall’altipiano di Santuanni e Funtanamonti. Arrivati sul costone roccioso che si affaccia sulla gola di Carubiscidu, si sentiva scorrere l’allora tumultuoso ruscello omonimo, inguadabile in quei giorni, quindi percorremmo il costone fino alla  grotta che fungeva da ricovero per i pastori.  Le grotte molto più ampie, situate un poco più avanti, fungevano da ricovero per il bestiame. La grotta dove soggiornavano i pastori, abbastanza ampia, era stata divisa a metà e  chiusa a forma di L con un muro a secco. L’ingresso, nella restante parte coperta, veniva chiuso con una porta di assi di legno accostati, che non aderivano perfettamente, lasciando filtrare l’aria gelida. All’interno, nella penombra, si scorgeva “sa forredda” (riquadro delimitato da pietre dove si accendeva il fuoco) crepitante di bei tronchi ardenti, i giacigli costituiti da materasso di rametti freschi di “moddizi” (lentischio) su cui era steso su “saccu e orbace”, (telo di orbace delle dimensioni di circa 2,50/3,00x1.25 m. realizzato con filato di lana di pecora, molto fitto e spesso, che aveva molteplici usi, coperta, mantello, materasso). L’illuminazione era fornita da una lampada a carburo, tipo quelle utilizzate dai minatori, che veniva spenta quando la fiamma della “forredda” illuminava meglio della lampada. Nel muro a secco erano infissi dei paletti che fungevano da attaccapanni, ad essi erano appese le bisacce in orbace ricamato e “s’esti” (lungo capotto smanicato realizzato con pelli di pecora da indossarsi con il pelo verso l’esterno). Intorno al fuoco erano seduti, su sgabelli quadrati di sughero, i due pastori : Tziu Angeli(n)u e Tziu Ungeniu, (Angelo ed Eugenio), soci da sempre, uno scapolo e l’altro ammogliato. Andavano tanto d’accordo che nessuno li aveva mai visti discutere animatamente. Normalmente si alternavano nella conduzione del gregge ma questa volta erano tutti e due presenti vista la difficile situazione. Dopo un piccolo conciliabolo decisero di recarsi sul costone che si affaccia a “Pranuarxiolas” per tagliare rami con foglie (“ollastu”-olivastro, “ollio(n)i”- corbezzolo e “ilixi” -leccio) da dare da mangiare alle pecore. Tagliarono i rami, li caricarono sopra “su molenti” (asino) in grossi fasci, ed io provvedevo a condurre l’asino vicino alla grotta dove erano ricoverate le pecore, a slegare il carico e ricondurlo indietro per un nuovo viaggio. Tutto ciò andò avanti fino a quando non ritennero che vi fossero abbastanza foglie e germogli da durare, integrato con il poco mangime di scorta, per almeno due giorni, prevedendo di ripetere l’operazione dopo due giorni perché pensavano che la neve si sarebbe sciolta fra quattro o cinque  giorni e quindi le pecore avrebbero potuto pascolare liberamente. Mai previsione risultò più errata. Finito il lavoro, erano già le due del pomeriggio, ci sedemmo per mangiare. Ognuno sfoderò il proprio coltello, tagliammo le fette di pane “crivaxiu”, il companatico  che era  costituito da formaggio di pecora, salsicce e lardo. Ricavai una sorta di spiedo da un rametto di olivastro, vi infissi sulla punta un pezzo di lardo, imitando gli altri, lo misi a riscaldare fin quando non scolò l’olio che impregnò la fetta di pane abbrustolito. “Su fammini fu meda, biu s’ora trada e s’edadi” (La fame era molta vista l’ora e l’età) e mi feci una bella scorpacciata, il tutto, evento straordinario, accompagnato da un bicchiere di vino “de sa ingia” (della vigna) de Tziu Gilliu Secci”, vino di cui babbo era un gran cultore. Dopo aver mangiato, chiesi il permesso di recarmi a “parai is latzus” (mettere le trappole) e mi avviai, lungo un muretto a secco che delimitava la “tanca”, cercando gli arbusti di cardo o di ferula all’interno dei quali si nascondevano “is pintus” vermetti bianchi che fungevano da esca. Fattone adeguata scorta; all’interno del bosco scelsi “is pettias de ollastu” (pertiche di olivastro) e mi misi a piazzare le trappole. La trappola era costituita dalla pertica di olivastro, di mezzo centimetro di diametro e di circa un metro di lunghezza. In cima, nella parte più fine,  veniva saldamente legata il pelo della coda di cavallo che finiva con un laccio scorsoio. Si procedeva a pulire il terreno dalla neve e a smuoverlo; si infilava l’estremità più grossa della pertica nel terreno e si piegava ad arco ancorando l’estremità fine ad un paletto per mezzo di un particolare nodo che veniva sciolto non appena si tentava di divincolare il verme (su pintu). Il laccio veniva  sostenuto sollevato dal terreno con piccoli pezzettini di legno “fustigus” e circondava  il verme che ancorava l’estremità della pertica. Appena l’uccello attirato dal terreno smosso e dall’agitarsi del verme tentava di beccarlo, la pertica si divincolava ed impiccava il malcapitato. Finito di “parai is latzus” (piazzare i lacci) rientrai alla grotta e chiesi a mio padre di poter passare la notte con i due pastori per poter  ispezionare “is latzus” all’indomani mattina. Mio padre, d’accordo con loro, acconsentì. Così per la prima volta potevo

Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Settembre 2009 00:25
 

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