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……e scavalcammo le onde PDF Stampa E-mail
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Scritto da Fortunato Loi   
Lunedì 03 Agosto 2009 15:43

Subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale da cui la nazione uscì, tra l’altro, con tutte le istituzioni da ricostruire, la quasi totalità delle amministrazioni comunali riservava, nel limite delle proprie possibilità di bilancio e dell’organizzazione sanitaria, particolare attenzione alla salute dei bambini.

Così negli anni cinquanta furono ricostruite le vecchie colonie marine distrutte per far posto agli sbarramenti antisbarco ed comuni ricchi di pianura o montagna costruirono colonie marine in comuni costieri, che mettevano a disposizione di comuni sprovvisti, dietro compenso, per far trascorrere agli alunni delle elementari un periodo al mare.

Si era creato uno scambio anche in senso inverso per le colonie montane.

Il comune di Asuni non poteva permettersi tale struttura ed i bambini venivano mandati nella colonia marina del comune di Arborea.

 

Gli alunni delle elementari, generalmente quarta e quinta, dopo una selezione che si svolgeva in primavera, costituita da un’accurata visita medica e dall’esame delle condizioni socio-economiche della famiglia, venivano inviati alla colonia marina estiva per trascorrervi un periodo di venti/trenta giorni. Alla selezione partecipavano tutti gli alunni, ma solo una piccola parte era scelta; si può immaginare la delusione di coloro che non venivano selezionati, ed io ero tra coloro che per due anni di seguito non fui scelto.

 

 Noi esclusi non ci capacitavamo della decisione di farci trascorrere l’estate interamente in paese, né riuscivamo a spiegarci la motivazione di ogni singola esclusione. L’unica giustificazione per le esclusioni, ci spiegarono, era la ristrettezza del bilancio comunale che non permetteva di mandare tutti i bambini in colonia e quindi giocoforza si doveva scegliere tra coloro che, a giudizio del medico condotto, avevano più bisogno di un periodo da trascorrere al mare.

 

Mentre i nostri amichetti si divertivano nelle spiagge della colonia marina, noi trascorrevamo l’estate nelle campagne del paese inventandoci i passatempi ed i giochi od andando a nuotare al fiume.

 

Quasi tutti i bambini frequentavano la parrocchia  quindi ci ritrovavamo tutti i pomeriggi a giocare nella vecchia chiesa con annesso cimitero, e quando rientrarono gli amichetti dalla colonia, abbronzati e contenti del periodo trascorso fuori paese, ci descrissero con la fantasia dei bambini la bellezza delle spiagge, la limpidezza ed il colore acqua, la gioia del giocare a pallone nella spiaggia, scalzi “senza de si sconcheddai is didus”.

 

Questi racconti non facevano che accrescere la nostra invidia nei loro confronti e qualche volta si finiva con discussioni accese e qualche bisticcio. Il sacerdote resosi conto di questa situazione, convocò i genitori dei ragazzi esclusi dalla colonia ed insieme organizzarono una gita per far trascorrere loro una giornata, per la prima volta, al mare.

 

In quel periodo esistevano in paese due negozi in cui si poteva comprare un po’ di tutto, gli alimenti, le stoffe per la confezione degli abiti, i concimi per l’agricoltura ed altri attrezzi vari; questi due negozi venivano riforniti ogni quindici giorni da un trasportatore che partendo da Cagliari distribuiva le varie merci nei negozi dei paesi della Marmilla.

 

Questo trasportatore, conosciuto da tutti in paese, col nome di “Gigetto”, guidava un camion di colore rosso, con cassone fisso e sponde in legno, su di loro si innestavano degli elementi in ferro e legno che formavano la struttura di sostegno del telone grigioverde, che veniva steso da una sponda all’altra e chiuso perfettamente nella parte posteriore, mentre lasciava libera la visuale al disopra della cabina di guida.

 

Concordarono, con “Gigetto” il trasportatore, il prezzo del noleggio per il trasporto dei gitanti al mare che doveva essere combaciante con la data del trasporto delle derrate alimentari.

 

Decisero anche che potevano partecipare alla gita solo coloro che non erano stati in colonia, e ciò ci ripagava in parte della nostra esclusione dal periodo in colonia.

 

Il giorno fatidico, tutti di buon mattino, erano pronti ed aspettavano l’arrivo di “Gigetto”.

Appostati in “Pinn’e dottori” scorgemmo la nuvola di polvere sollevata dal camion nella salita di “Calabrobei” che aumentava man mano che si avvicinava al paese.

Appena il camion si fermò nella Piazza Dante, vicino al vecchio campanile, furono portate dalla chiesa delle panche che sistemate all’interno del cassone, una fila lungo ogni sponda e due file al centro, oltre ad alcuni “scannisceddus” (sediette) costituivano i sedili su cui sedemmo assieme a parte degli accompagnatori, mentre i rimanenti furono stipati in cabina, affianco e dietro l’autista.

 

Il camion non era attrezzato per il trasporto delle persone, anzi non era proprio autorizzato, questo lo capì in seguito, perché ogni volta che incrociavamo lungo il tragitto, qualche automezzo, “Gigetto” rallentando per agevolare l’incrocio degli automezzi a causa della insufficiente larghezza della carreggiata, sporgendosi dal finestrino, chiedeva se più avanti ci fosse qualche pattuglia della polizia stradale.

 

Saliti sul camion, ci sistemammo sulle panche, ed ognuno infilò l’involto contenente il pranzo sotto la panca; ricordo che il mio pranzo era costituito da alcune uova sode, pomodori , un pezzo di formaggio ed (“mesu fogatza”) il pane. Per dissetarmi durante la giornata, a tracolla avevo la borraccia militare che babbo riportò dalla guerra piena di acqua messa a rinfrescare nel pozzo per tutta la notte; inutile dire che in paese esisteva un solo frigorifero nel bar di “tziu Peppinu Secci”. La borraccia mi fu consegnata con la raccomandazione di non perderla mai di vista e di riportarla integra.

 

Una volta sistemati sulle panche, fu chiuso il telone, che aveva la duplice funzione di sicurezza e protezione dal vortice di povere che si creava dietro il camion o da quello che si formava dall’incrocio con altri automezzi, tutto era chiuso e restava aperta solo la parte superiore alla cabina di guida.

 

Le strade che avremmo percorso oltre ad avere una carreggiata ridotta, erano polverose e sconnesse e le percorremmo per più di sessanta chilometri in andata ed in ritorno tra sobbalzi, scossoni e alla perenne nuvola bianca di polvere che ci circondava.

 

Dei luoghi attraversati lungo il tragitto vedemmo poco o nulla in quanto, per sicurezza il telone, come detto, fu tenuto sempre chiuso lasciando aperta solo la parte superiore alla cabina di guida dove le catechiste che ci controllavano, a turno ci facevano affacciare per vedere il panorama e prendere un po’ d’aria.

 

Trascorremmo le due ore impiegate per percorrere il tragitto cantando tutte le canzoni che avevamo imparato a scuola durante le lezioni di canto e quelle nelle ore di catechismo. Ricordo che le canzoni che cantammo più volte furono “Fratelli d’Italia”, “Va Pensiero” e “Vecchio Scarpone” oltre naturalmente quelle imparate al catechismo.

 

Ci accorgemmo di essere vicino alla meta in quanto il camion percorrendo una stradina di campagna, aveva ulteriormente ridotto la velocità e ci ritrovammo in un bosco pieno d’alberi alti e robusti che non avevamo mai visto, che emanavano un forte profumo acre e pungente. Ci spiegarono che il bosco era costituito da pini ed era stato piantumato durante i lavori della bonifica di Arborea.

 

Percorsi i circa due chilometri di pineta, il camion si fermò, sollevarono il telone, e fummo invasi dalla luce accecante del sole che si rifletteva sulla sabbia e sul blu del mare. Restammo a bocca aperta ammirando la grandiosità della distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Eravamo increduli di fronte questa distesa d’acqua, noi abituati alle dimensioni di “Piscina Molinu e’ susu” o de “Sa liada”.  Ordinatamente ci fecero scendere dal camion e depositare i bagagli al limite del bosco dove poi avremmo consumato il pranzo.

 

Sempre sotto il controllo delle catechiste e del giovane prete  Don Demetrio Sanna, l’unico degli accompagnatori che sapeva nuotare, ci permisero di avvicinarci all’acqua. Noi maschietti che avevamo imparato a nuotare “in sa piscina de molinu e’ susu” iniziammo a scavalcare le onde che si infrangevano sulla riva ed avevamo timore di immergerci e nuotare. Incitati dal giovane prete che era a conoscenza delle nostre capacità natatorie, nuotammo lungo la riva, senza mai allontanarci da essa, e ci rendemmo conto con nostra meraviglia e contentezza che era più facile nuotare in mare che al fiume; restavamo a galla più facilmente.

 

La giornata trascorse tra partite di pallone, nuotate, ricerca di conchiglie di varie forme e della famosa conchiglia “occhio di Santa Lucia” da riportare a casa come cimelio. Non mancò ”s’attaccamentu” con palle marine numerosissime su quel tratto di spiaggia. Arrivata l’ora del rientro ci spiegarono che dovevamo raggiungere a piedi l’abitato di Santa Giusta in quanto il camion, di ritorno dal trasporto di derrate nei dintorni di Oristano, ci avrebbe caricato li.

Con le tasche piene di conchiglie, le scarpe legate l’una all’altra e penzoloni sul petto, e naturalmente io con la mia borraccia ormai vuota a tracolla, ci incamminammo in fila indiana lungo la riva del mare, uscendo ogni tanto dalla fila per raccogliere una palla marina e lanciarla su qualche compagno, che prontamente rispondeva alla provocazione.

 

Tra il gruppo di accompagnatori c’era anche “tziu Faustinu Cau” che fungeva da guida perché era l’unico conoscitore dei luoghi. Tziu Faustinu, uomo magrissimo, si muoveva sempre velocemente, faceva il macellaio di professione e conosceva le campagne di quasi tutto l’oristanese che percorreva per ragioni di lavoro.

 

Tutti appresso a “tziu Faustinu” con passo lesto, anche lui con le scarpe a tracolla, ci incamminammo lungo la riva del mare in direzione nord; ricordo che guadammo un rio, abbastanza profondo, su un ponticello senza protezione costituito da tavoloni posti tra un palo e l’altro.  Il guado fu superato, sotto la stretta sorveglianza e preoccupazione degli accompagnatori mentre il giovane prete, in mutandine da bagno era pronto a recuperare qualcuno di noi qualora fosse scivolato nell’acqua; ci volle un po’ di tempo per permettere a tutti di guadare.

 

Ad un certo punto del tragitto abbandonammo la riva del mare e puntammo a nord-est, verso un paese che si scorgeva in lontananza, percorremmo poco più di un chilometro e ci trovammo di fronte una distesa d’acqua, ci spiegarono che era lo stagno di Santa Giusta, percorremmo la sua riva ed arrivammo all’ingresso dell’abitato.

 

Dopo questa lunga camminata, esausti, ci sedemmo a bordo strada in un boschetto di Eucalipto ed aspettammo l’arrivo del camion.

 

Caricati nuovamente sul camion si prese la via del ritorno, che fu peggiore dell’andata, sia perché la malinconia perché la giornata stava finendo e sia perchè il vento di maestrale per quasi tutto il tragitto sospingeva la polvere della strada all’interno del cassone dove eravamo seduti noi.

 

Arrivati in paese all’imbrunire, trovammo ad aspettarci i nostri genitori e molti curiosi. Ci salutammo e ci demmo appuntamento all’indomani per raccontare agli esclusi le meraviglie della nostra gita; per noi essa è restata indelebile nella memoria ed ho rifatto da ragazzo, quando abitavo ad Oristano, il tragitto percorso sotto la guida de “tziu Faustinu Cau”, per rivivere quella bellissima giornata e per conservare il ricordo di quel giovane prete che più grande di noi di circa quindici anni dedicava la maggior parte della giornata a seguirci in ogni attività. Purtroppo quel giovane prete, quando ripercorsi il tragitto, era già morto in Sud America dove si recò come missionario seguendo la propria vocazione e l’amore per il prossimo.

 

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