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Sa trota de su casteddu PDF Stampa E-mail
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Scritto da "Sa Pubusa"   
Sabato 01 Agosto 2009 13:19

Ci sono alcuni che ritengono la reincarnazione una delle possibilità di vita oltre la vita.
Per alcune delle più antiche religioni è addirittura un dogma, peppiccu, soprannominato “tottu trassas” non aveva mai avuto occasione di affrontare, in una discussione seria, una simile problematica.
Altri ancora ritengono che il tempo sia relativo e che non segua una sequenza ben precisa dettato da giorni che si susseguono infinitamente senza sosta e senza nessuna possibilità di che si possa ritornare al passato.
D'altronde lui era un tipo pratico, poco incline a ragionamenti astratti o comunque non direttamente collegati alla realtà quotidiana, il lavoro, la famiglia, gli amici e le sue più grandi passioni, la terra e la pesca.
Certo, a volte gli capitava, quando percorreva il fiume alle prime luci dell’alba, nel silenzio e nella solitudine che lo circondava, di riflettere su cosa sarebbe venuto dopo la vita, ma la stessa intensità con la quale viveva la sua vita terrena prendeva il sopravvento su ogni altro ordine di ragionamento.
Lo colpiva in modo particolare la vitalità della natura, spesso guardando il vecchio pero di “pira mianesa” innestato su un perastro da suo nonno proprio nel giorno in cui lui nacque e vedendolo così vitale anche dopo oltre quaranta anni si meravigliava della vulnerabilità ed al tempo stesso della forza della natura.
Il lavoro da artigiano che faceva non è che lo entusiasmasse più di tanto, soprattutto perché era costretto, nella maggior parte dei casi, a svolgerlo al chiuso e quasi sempre in città, il fine settimana non vedeva l’ora di rientrare in paese per rivedere la moglie, i figli e potersi rilassare in campagna o a pesca nel fiume.
La domenica mattina, soprattutto in primavera, era dedicata alla pesca alla trota, all’inizio della stagione bazzicava dalle parti de s’arriu de meana, perché c’erano piccole rapide e cascatelle, soprattutto nella zona de su casteddu, mentre nella tarda primavera prediligeva s’arriu mannu perché aveva una portata d’acqua più consistente.
Tutti gli anni, proprio nella pozza sotto la prima cascatella, sotto la rupe de su casteddu aveva appuntamento con una grossa trota che non riusciva mai a prendere, seguiva il cucchiaino, o il pesciolino finto fin quasi a terra, ma una volta che arrivava a vederlo quasi in faccia faceva un brusco dietrofront e tornava ad appostarsi tra le bollicine d’acqua della cascata in attesa di qualche preda più appetibile.
Certe volte si tratteneva anche un quarto d’ora, dopo avere fatto alcuni lanci, per riprovarci, ma la scena si ripeteva sempre uguale, la trota inseguiva l’esca fin quasi a terra e poi via senza che neppure tentasse di abboccare.
A volte capitava che portasse a pescare anche il figlio più piccolo e stranamente, aveva notato che quando passava alla pozza sotto la cascatella de su casteddu, e lanciava tentando di sorprendere la grossa trota, quando c’era anche il figlioletto, la furbastra seguiva l’esca quasi fin fuori dall’acqua , quasi che la presenza del ragazzino la incuriosisse e volesse vedere ancor più da vicino.
Ma anche in questi casi la trota regolarmente non abboccava e ritornava velocemente a prendere posizione sotto la cascatella.
Ad un certo punto, dopo anni di questa continua lotta che non riusciva ad avere nessun esito, la cosa venne a conoscenza anche degli amici che al bar lo sfottevano, chi gli chiedeva se per caso la trota aveva anche i baffi, magari bianchi vista l’età che doveva avere, ed altri ancora che proponevano di cambiargli il soprannome affibbiatogli da piccolo “tottu trassas” ma che da grande non aveva granchè senso lasciargli dato che non riusciva neppure a prendere una trota.
Era uno che perseverava, quindi, anche quell’anno si presentò puntuale all’apertura alla pesca alla trota portandosi appresso anche il figlioletto che ormai se la cavava abbastanza bene anche da solo e addirittura, quell’anno, per farlo felice gli comprò pure una piccola canna da pesca.
Era una cannetta da poche lire ma rese enormemente felice il ragazzino che osservava attentamente il papà quando lanciava e ritirava l’esca, quando cominciò a maneggiarla combinò qualche pasticcio lanciando filo e cucchiaino fuori dall’acqua o sui rami delle fronde basse sull’acqua, ma nell’insieme, ammise lo stesso peppiccu, prometteva bene.
Certo che il ragazzo per prendere qualche trota avrebbe dovuto pazientare un po’, non foss’altro che per il filo che imbobinava nel mulinello che era robusto più del doppio di quello che usava lui, mentre i cucchiaini che gli aveva dato in dotazione erano quelli che ormai non usava più perché con quelli non aveva mai preso nulla, quindi mai si sarebbe immaginato quello che quel giorno invece avenne.
Quando arrivò alla pozza della grande trota sotto la cascatella offrì al figlio la possibilità di fare il primo lancio, tanto quella bestiaccia, in una mattinata ancora grigia come quella mai avrebbe abboccato ad un cucchiaino quasi scuro, invece avvenne ciò che mai avrebbe previsto, il ragazzo fece un lancio proprio in mezzo alla base della cascatella e la trota come al solito usci per seguire il cucchiano, sembrò quasi voler uscire fuori dall’acqua, infine aprì la grande bocca e tirò fortemente la lenza, aveva abboccato, incredibile.
Peppicu rimase a bocca aperta, voleva gridare al figlio di ritirare velocemente, ma non gli usciva parola, neanche quando vide il ragazzo prendere la grossa trota in mano, osservarla per un attimo così come anche lei pareva osservare lui, per poi rimetterla rapidamente in acqua e vederla sparire rapidamente come al solito sotto la cascatella.
Rimase di stucco, ma come, lui era anni che cercava di prendere quell’accidenti di trota, le aveva provate tutte e mai era riuscita a prenderla, invece , quel ragazzino di suo figlio, con una cannetta da quattro soldi un filo che si vedeva da un chilometro ed un’esca alla quale solo un pesce cieco avrebbe abboccato l’aveva presa ! e quel che era peggio l’aveva pure liberata, incredibile !.
Quando gli ritornò la parola, gli chiese come mai avesse nuovamente liberato una preda simile e rimase di stucco alla risposta semplice ma efficace del ragazzo, se non l’avessi nuovamente liberata tu no avresti più potuto confrontarti con lei.
Ma il tempo e la volontà di Dio disposero diversamente, e peppicu non ebbe più occasione di ritornare al fiume, dopo quella giornata di pesca cominciò ad accusare dei lievi dolori al petto, secondo lui era solo colpa dell’aria umida che gli aveva procurato un po di tosse ma dopo alcuni mesi si rivelò una malattia dall’esito devastante che lo costrinse a letto per poco tempo per poi farlo ritornare a Dio.
Nei mesi di malattia peppicu, conscio dell’esito che la stessa avrebbe avuto, cominciò a riflettere sul senso della vita e su tutte quelle cose che quando si crede di avere molto tempo a disposizione non si pensano, cominciò a pensare anche a quanto sarebbe stato bello, una volta morto, poter ritornare sulla terra magari sotto le sembianze di un’albero, per esempio il pero innestato da suo nonno quando nacque, oppure in un uccello o un pesce, ma forse pretendeva troppo, fantasticare in una possibile reincarnazione si poteva pure, ma che potesse pure ritornare al passato forse era troppo.
Non poteva neppure lontanamente immaginare quanto si sbagliasse, poco tempo dopo, quando lasciò, tra atroci dolori, suoi e dei suoi cari, la vita terrena, si ritrovò felicemente immerso nelle limpide acque di un fiume che conosceva perfettamente e per di più sotto le sembianze di una stupenda trota !.
Non poteva capitargli di meglio, pur conscio del grande dolore in cui aveva lasciato i suoi cari, pensò che forse quello era il paradiso di cui tanto si parlava quando era ancora un essere umano.
Era inizio primavera, l’istinto spingeva la grande trota a risalire la corrente, in u tratto di fiume che tra l’altro conosceva perfettamente, quando arrivò alla cascatella sotto la rupe del castello vi si stabilì in modo permanente.
Quale non fù la sua sorpresa quando una mattina vide profilarsi sull’acqua l’ombra di un pescatore che con in mano una canna fece un lancio proprio vicino alla sua cascatella, tanto per fare contento il fessacchiotto decise di seguire l’esca quasi fino a terra, per poco non ci rimase secco quando vide che il pescatore era lui stesso.
Incredibile, tutto quello che aveva pensato e sostenuto da uomo era senza fondamento, non solo era possibile la reincarnazione, ma era possibile anche viaggiare nel tempo !.
Per molto tempo si divertì a prendere in giro se stesso che sistematicamente andava presso la cascatella per tentare di prendere la trota, questo fino al giorno in cui arrivò suo figlio e la trota decise di abboccare, se non altro per potergli stare nelle sue mani e rivederlo da vicino, solo allora capi perché il ragazzo quel giorno volle rimettere in libertà la grande trota.
 

 

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