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Sa truttiredda de Budraga PDF Stampa E-mail
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Scritto da "Sa Pubusa"   
Sabato 01 Agosto 2009 13:13

L’estate stava oramai consumando la sua calda vitalità, si era giunti ai primi di settembre ed il verde quasi abbagliante delle vigne rigogliose, frammisto agli ombrosi uliveti ed ai vecchi mandorli spogliati dei loro frutti erano il campo di volo preferito dalle giovani tortore.
Le due giovani tortorelle avevano acquisito una tecnica di volo quasi perfetta grazie anche ai saggi insegnamenti dei genitori che ormai avevano serie difficoltà a richiamarli all’ordine, da quando avevano abbandonato il nido era diventato sempre più difficoltoso controllare la grande esuberanza della loro nidiata.
Quando erano ancora implumi ed erano costrette a stare nel nido passavano il loro tempo, oltre che a mangiare il cibo che alternativamente veniva portato loro dai genitori ad ascoltare le storie che loro raccontavano.
La loro fantasia era stata colpita in modo particolare dalla descrizione delle terre dalle quali venivano i genitori e nelle quali alla fine dell’estate anche loro sarebbero andati a svernare, l’Africa.
I loro genitori, come consuetudine per la loro specie erano una coppia affiatata e da anni nidificava regolarmente nella vallata solcata nel mezzo dal ruscello di budraga che scorrendo in buona parte nel sottosuolo anche d’estate alimentava in superficie alcune pozze d’acqua che loro ed altri animali frequentavano regolarmente per dissetarsi.
La coppia, per le esperienze già vissute negli anni precedenti era conscia del fatto che il pericolo era imminente, ma una vallata come quella, ricca di sementi di ogni tipo, acqua a volontà e ombrosi alberi su cui riposare era l’ideale per allevare una nidiata.
In quei giorni si infittirono le loro prediche riguardo al pericolo rappresentato dagli uomini e dai botti simili a quelli che ogni giorno sentivano nel mezzo delle vigne, ma il vivere quotidianamente a contatto con le stesse situazioni, senza però averne mai avuto danno, dava alle giovani tortore la sensazione che forse i loro genitori esageravano nella descrizione del pericolo.
Anche loro però non poterono fare a meno di notare che gli uomini che in quei giorni frequentavano la vallata avevano un aspetto diverso dal solito ed erano accompagnati nelle loro perlustrazioni da tanti cani i quali però non rappresentavano un grande pericolo poiché con il loro continuo abbaiare venivano avvistati già in lontananza anche dalle tortore più inesperte, ciò nonostante la loro presenza le innervosiva.
Quella mattina molto prima dell’alba notarono un grande movimento di uomini che con i loro automezzi illuminavano con fasci di luce gli alberi e le stoppie della vallata, tanti uomini che si muovevano nel buio per andare a sedersi sotto gli alberi, strano fatto pensarono le tortorelle, ma ancora più strano era il fatto che nessuno di loro quel giorno era accompagnato dai cani.
L’esperienza e l’istinto avevano suggerito ai genitori di consigliare al frutto della loro nidiata di prestare la massima attenzione e cautela negli spostamenti in volo, stare alti di primo mattino e volare veloce zigzagando tra i rami degli alberi nelle ore più calde.
Le due tortorelle si mantennero appollaiate sui rami più alti dell'albero insieme ai loro genitori, quando sentirono i primi spari capirono cosa intendevano loro quando parlavano di botti simili a quelli della vigna ma diversi, molto diversi.
Quando sentirono gli spari sempre più vicini spiccarono il volo terrorizzati ma non dimentichi dei suggerimenti dei genitori, di primo mattino volare alti.
Piccoli gruppi di altri loro simili seguivano la stessa strategia e man mano che il rumore degli spari si infittiva volteggiavano nervosamente sempre più alti.
Di tanto in tanto alcuni di loro, stanchi di volteggiare, scendevano velocissimi con volo irregolare tra gli alberi, ma la paura delle due tortorelle era tale che volavano più alte di tutti, questo impediva loro di vedere e capire cosa stesse realmente succedendo a terra, qualunque cosa fosse doveva essere tremenda perché quasi nessuno di coloro i quali scendeva verso terra ritornava poi a risalire.
La stanchezza cominciava a farsi sentire così come il caldo per cui decisero di seguire il consiglio dei genitori, scendere rapidamente zigzagando tra gli alberi e trovarne uno sicuro su cui riposare almeno per un attimo.
Puntarono decisamente verso l’uliveto che stava sopra al ruscello e all'albero dove c’era il loro nido cercando protezione nei rami più fitti, quando sembrava che la salvezza fosse ormai raggiunta il forte crepitare delle fucilate ed un tremendo dolore al petto fece vacillare una delle tortorelle che pur con la vista annebbiata vide che sua sorella poco più avanti veniva colpita anche lei ed oramai inanimata andava a sbattere addosso ad un filare di vite.
Sempre più in preda al terrore si andò ad appollaiare nel fitto dei rami di una vecchia sughera secolare, il dolore al petto era sempre più forte ed anche un’ala era intorpidita e non poteva più muoverla.
Cercò di rimanere cosciente tenendo la mente occupata pensando ai momenti felici vissuti dalla primavera in poi, ai racconti dei genitori che descrivevano una terra bellissima che lei forse non avrebbe mai visto.
Si ritrovò a pensare alla sorella orami morta ed ai genitori, chissà, magari con la loro esperienza erano riusciti a scampare al massacro di quel mattino e forse il prossimo anno al ritorno dalla loro bellissima africa, con maggiore fortuna, avrebbero di nuovo nidificato nella stessa valle.
La vita la stava ormai abbandonando e sfinita si lasciò andare giù, quasi non fece in tempo a toccare terra che un’avida mano la carpì e rapidamente gli infilò la testa in un cappio, mentre la cinghietta di cuoio si serrava sulla sua gola vide appese intorno a sé tante altre teste di suoi simili ma una fra tutte le altre era inconfondibile anche se aveva gli occhi sbarrati, era la sua mamma.

 

 

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