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Nanni "su Proccaxeddu" PDF Stampa E-mail
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Scritto da "Su Cuccumeu"   
Sabato 01 Agosto 2009 13:25

Nanni su procaxeddu, era il maggiore dei figli maschi di Loisu su procaxiu.
Fin da piccolo aveva imparato il mestiere, oggi quasi inconcepibile, del guardiano di maiali.
Quando suo padre trovava lavoro come “giornaderi”, diventava compito suo portare al pascolo i maiali nei terreni comunali perché la sua famiglia era talmente povera da non avere neppure un pezzettino di terreno dove poterli tenere.
Nel periodo invernale la zona di pascolo spaziava da “Budraga” a “Sa Scocca Manna” e soprattutto “Is Argiolas”, mentre in estate il fiume era la zona migliore.
Nanni aveva poche pretese ma molto coraggio, mai prepotente, ma quando si trattava di difendere i compagni più deboli dai soprusi dei prepotenti più gradicelli era sempre il primo a farsi avanti.
Aveva una gran passione, nei primi anni della televisione, non perdeva una sola puntata di Lancillotto o Ivanohe, adorava duellare con la spada, finta naturalmente.
A quei tempi, siamo negli anni 50, ovviamente, non c’erano più i cavalieri della tavola rotonda, ma ad Asuni vi era un’usanza che consentiva a Nanni di poter esercitare questa sua passione, i Paggetti.
Una piccola compagnia di ragazzi che vestivano un costume, tipo guardie svizzere, che rendeva onore al Sacramento o al Santo durante la Santa Messa, oppure scortavano i simulacri durante le processioni.
Ma soprattutto, e questa era la cosa più importante per Nanni, erano armati di una bella spada di legno argentato e durante la vestizione, nella sagrestia, o durante le prove, i ragazzi, se lasciati soli da zia Maria, si sfidavano in duelli nei quali Nanni non aveva rivali.
Era anche un discreto allievo di ziu Cheddu, il campanaro del paese, ma non potendo suonare per la messa grande perché alla stessa ora si doveva preparare da paggetto, faceva compagnia al campanaro soprattutto quando “toccàda a mortu”, era un suono ritmato e semplice ma a lui piaceva suonare le campane soprattutto perché da li sopra si dominava tutto il paese ed anche molto oltre.
Pur essendo un ragazzo sveglio, a scuola non era una cima, maestra Cenza, spesso, per mitigare la sua irruenza, lo metteva in castigo fuori dalla classe e non poche erano le volte che quando mandavano qualcuno per richiamarlo dentro non lo trovava più, era già tornato dai suoi maiali e dal suo vecchio cane che badava agli animali quando lui non c’era.
Il cane, di nome “Brandu” era un incrocio di pastore fonnese con chissà cos’altro, era veramente vecchio, Nanni l’aveva sempre conosciuto, forse era pure più grande di lui, aveva almeno 12 anni, aveva i denti ingialliti e consumati dal tempo ma aveva un coraggio da leone e nessuno poteva avvicinarsi al branco di maiali, né uomo ne bestia, era permesso solo ai suoi padroni.
Nanni non vedeva l’ora che arrivasse il caldo per poter portare i maiali al pascolo al fiume così nuotare e pescare tinche con le mani “a cumpùdu”.
Nei periodi freddi o comunque, fintanto che gli animali potevano trovare erba fresca vicino al paese, per il pascolo si limitava a spaziare da “Budraga” fino a Is Argiolas” , tenendo gli animali sempre in movimento perché in paese c’era anche la concorrenza d’altri porcari, per altro, quasi tutti parenti.
Il branco di maiali di Nanni pascolava quasi sempre vicino a quello di suo cugino Marieddu, a volte i maiali cercavano pure di mischiarsi, ma ad evitare ciò ci pensavano i due cani da guardia, Brandu per il branco di Nanni e Nilo per quello di Marieddu.
Nilo era un gigantesco San Bernardo che pare fosse stato regalato al padre di Marieddu, ziu Ciccittu, da una signora di Cagliari, aveva una forza incredibile, era un giocherellone, ma la sola mole bastava per incutere e ottenere il rispetto sia degli altri cani che degli uomini e soprattutto dei maiali.
Certi anni Nanni, per fare le sue prime immersioni non è che aspettasse proprio l’estate, cominciava già quando vedeva che l’acqua “s’assentàda”, perdeva la torpidità invernale e s’incominciavano a vedere girare le prime tinche, praticamente già a fine marzo.
Anche quel giorno festivo di fine anni 50, dopo avere lasciato i maiali alle cure di “Brandu”, passò la tarda mattinata a giocare nello spiazzo del bar di ziu Peppinu, come al solito duellando a scherma con i compagni servendosi del bastone che usava solitamente per portare al pascolo i maiali.
Quando i ragazzi, ormai stanchi, decisero di rientrare ogni uno a casa propria per il pranzo, si misero d’accordo per rivedersi poi in “prazz’e cresia” per fare una spedizione al fiume a vedere se era possibile fare il bagno, d'altronde si era ormai a fine marzo !.
Detto fatto, appena dopo le due del pomeriggio, cominciarono ad arrivare alla spicciolata e nell’attesa che ci fossero tutti passarono il tempo giocando “a dinai” s’intende ovviamente spiccioli, al massimo si giocava con le cinque o dieci lire.
Alle tre c’erano in pratica già tutti e dato che i soliti “professionisti” , Tore, Alfio, Nino, e Antonio, avevano spennato "i polli" anche quel giorno, si avviarono “a cambarada” verso il fiume.
Già all’altezza di “Sa Scocchixedda” il fiume, oltre a vedersi, si sentiva, l’acqua era veramente ancora tanta, ma era anche limpida e invitante.
Non al punto da farci il bagno però, in effetti, almeno quell’anno nessuno ancora si era azzardato ad entrare in acqua, ma quel pomeriggio d’inizio primavera faceva caldo e qualche coraggioso dopo che fu fatto un bel falò per quando sarebbero riusciti dall’acqua vi cominciarono ad entrare.
Ovviamente completamente nudi, qualcuno quando gli arrivò l’acqua al ginocchio tornò immediatamente indietro, altri addirittura arrivarono fino a toccare con l’acqua l’ombelico, l’unico che come al solito si fece una bella nuotata da una parte all’altra del fiume fu Nanni.
Tutti, infreddoliti, chi più chi meno si scaldavano davanti e di dietro alle alte fiamme del falò, quando uscì Nanni era viola per il freddo, ma non volendo dare soddisfazione agli altri faceva finta di niente e dopo essersi scaldato poco o niente si era prontamente rivestito sfottendo gli altri per quanto si erano dimostrati freddolosi.
Così com’erano scesi al fiume “a cambarada” tornarono, anche abbastanza veloci, tanto in campagna in quel periodo dell’ano non c’era proprio nulla da razziare.
I compagni di Nanni andarono al bar di ziu Peppinu per vedere la televisione mentre lui andò ad accudire i maiali, si sarebbero rivisti tutti insieme la mattina dopo a scuola.
Quella mattina nessuno vide Nanni, ma non furono molti quelli che si preoccuparono perché capitava abbastanza spesso che marinasse la scuola per un giorno, ma quando non lo videro neppure il pomeriggio e la mattina dopo cominciarono a preoccuparsi e andarono a chiedere notizie al cugino Marieddu che abitava proprio nella casa a fianco della sua.
Brutte notizie, Nanni era malato e rischiava pure di saltare le prove che i paggetti dovevano fare per la festività Pasquale in quanto quell’anno la Pasqua cadeva nei primi d’aprile, forse l’avrebbero sostituito con il cugino, d'altronde aveva più o meno la sua stessa altezza.
La malattia di Nanni altro non era che una broncopolmonite che si trasformò ben presto in peritonite che nel volgere di pochi giorni lo portò alla morte.
Una cosa inconcepibile per quei ragazzini, quando andarono a trovarlo, tutte le classi delle elementari accompagnati dalle rispettive maestre, Nanni era composto nel suo lettino, sembrava addormentato e nessuno voleva credere che mai più avrebbe giocato con loro.
La morte era una cosa che riguardava i vecchi, i ragazzini di quell’età non potevano morire, o almeno così pensavano quei ragazzi.
Quasi tutti loro non avevano mai visto un morto così da vicino, quando moriva un vecchio o comunque una persona adulta, andavano a casa del morto con i loro genitori ma passavano rapidamente davanti alla salma e per timore quasi manco lo guardavano in faccia.
Con Nanni era diverso, era uno di loro, fissavano quel volto sbiancato nel suo candore mortale e quasi si aspettavano che saltasse su dal letto dicendo che era tutto uno scherzo.
Si cominciarono a rendere conto della vera perdita solo quando iniziarono i funerali e per la prima volta ai paggetti fu concesso di rendere onore ad un morto, uno di loro, Nanni.
Quando il sacerdote alzò il sacramento al cielo, come consuetudine tutti chinarono il capo e solo i paggetti alzarono in alto le spade al cielo in suo onore, ma stavolta nei loro occhi non vi si leggeva, , l’orgoglio di svolgere un importante servigio alla Chiesa, stavolta i loro occhi erano rigati di lacrime per quel grande amico che non sarebbe tornato mai più se non nei loro sogni.
Ziu Cheddu aveva cominciato molto prima a piangere il suo allievo e tra un rintocco e l’altro si chiedeva perché mai il Signore fosse stato così ingiusto e avesse voluto prendersi quel ragazzo invece che a lui un vecchio malato e senza famiglia.
Lo strazio maggiore fu quando arrivarono al cimitero, la fossa era nella nuda terra ed accolse la piccola bara di legno chiaro fino a farla scomparire alla vista dei suoi compagni sempre più attoniti e sgomenti per tutto quello che stava accadendo.
Praticamente tutto il paese si era riversato nel cimitero, ziu Cheddu , con gli occhi pieni di pianto proseguiva con i suoi rintocchi e forse era l’unico rimasto in paese oltre agli anziani che non si potevano muovere perché troppo vecchi o malandati.
Com’era usanza all’epoca, l’ultimo saluto al morto si dava passando davanti alla fossa lanciando un pugno di terra sulla bara, quando anche l’ultima manciata di terra fu lanciata, “s’interra mortus” un altro zio di Nanni, che pure di morti nella sua vita ne aveva visti si apprestò, con un groppo in gola ed un'immensa tristezza in cuore, a completare l’opera di sotterramento della bara.
Gli adulti dopo avere visitato le tombe di qualche parente tornarono in paese discutendo della fulminea malattia che aveva colpito quel ragazzo, di come lo si sarebbe potuto curare se fosse stato in una grande città invece che in un paese sperduto come Asuni, ma in ogni caso conclusero che se il Signore aveva deciso così bisognava solo rassegnarsi e prendere semplicemente atto dei suoi disegni imperscrutabili.
I ragazzi invece tornarono mestamente alle loro case domandandosi che senso avesse la vita se in ogni momento uno poteva essere portato via spazzando in un attimo i sogni e le speranze che ogni uno aveva e che considerava come un diritto acquisito che nessuno poteva ne doveva spezzare.
Per comprendere il senso di ciò avevano davanti tutta una vita, alcuni altri, si sarebbero fermati dopo un breve tratto, altri poco oltre, ma alla fine tutti, ma proprio tutti, si fermeranno definitivamente perché quello che è valso per Nanni vale per tutti noi, solo che, nel bene o nel male, c’è stato concesso di stare tra gli altri un po’ più a lungo.

 

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